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Gesù è condannato a morte

(dal Vangelo secondo Marco 15, 10-19)

Pilato sapeva che i sommi sacerdoti gli avevano consegnato Gesù per invidia. Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba. Pilato replicò: «Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Ma Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Allora essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

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In un romanzo scritto e ambientato nella Francia dell’immediato dopo guerra “I Santi vanno all’inferno”, incentrato sull’esperienza ei preti operai, l’autore, Gilbert Cesbron, fa dire al protagonista al termine della messa: «Andate, la vostra missione comincia».
Con la stazione che stiamo meditando comincia anche l’ultima missione terrena di Gesù: quella della vittoria sul dolore e sulla morte attraverso l’accettazione di una condanna ingiusta e il persono dei suoi assassini.
Viviamo in un’epoca in cui tutti ci siamo attribuiti il ruolo di giudici per emettere sentenze e condannare coloro che riteniamo i disgraziati della storia: chi uccide i poliziotti, chi è terrorista, chi evade le tasse, chi decide le guerre, chi inquina, chi sfrutta donne e bambini, chi sevizia, sequestra o uccide soprattutto i minori, ma anche chi fa scelte di vita ritenute esecrabili o sconvenienti, chi disturba la nostra normalità e il nostro tranquillo benessere, chi sconvolge le regole sociali.
Però Gesù ci insegna, proprio nel subire un processo farsa e un’ingiusta condanna, che non dobbiamo mai giudicare e condannare.
Condannare l’errore sì, le persone mai. Combattere l’ingiustizia sì, ma operare per il riscatto di chi sbaglia: «non giudicate e non sarete giudicati» «Gli antichi vi hanno detto dente per dente, ma io vi dico amate i vostri nemici, pregate per chi vi perseguita».
Anche con questo atteggiamento contribuiamo a pacificare la società lacerata; dice il salmo (54): «ho visto nella città violenze e contese… e non cessano nelle piazze sopruso e inganno»; comprensione e misericordia sono l’atteggiamento per disinnescarle e rendere testimonianza alla Speranza. Farsi carico di questa fragilità sociale è un compito a cui ci ha invitato il Convegno di Verona.
Allo stesso tempo perdonare e non giudicare significa, come dice Enzo Bianchi, non essere «gruppo di pressione… che diventa intransigenza arrogante, e contrapposizione a una società giudicata malsana e priva di valori. No, non è con questo giudizio e disprezzo dell’altro, ritenuto incapace di etica, non è misconoscendo la pluralità di valori presenti anche nella società non cristiana, che si può stare nella storia e tra gli uomini secondo lo statuto evangelico».
Gesù che si mette volontariamente nelle mani degli accusatori è il modello di chi, con la non violenza e la mitezza, vuole concorrere a sconfiggere, insieme alla morte e al peccato, anche tutta la violenza.
Gesù fa che impariamo ad applicare i tuoi insegnamenti: «rimetti a noi come noi rimettiamo ai nostri debitori», «chi è senza peccato scagli per primo la pietra» e a saper perdonare fino a 70 volte 7 e non condannare altre visioni e altri stili di vita perché non condanniamo di nuovo Te presente anche nell’uomo peggiore, che Tu hai reso nostro fratello.


Carlo

C’ero anch’io, quel giorno, quando si parlava male di quell’extracomunitario (a cui l’unica colpa che si poteva attribuirgli era quella di non aver la pelle bianca) e non ho preso le sue difese.
C’ero anch’io quando hanno detto in chiesa che si andava a trovare gli anziani della casa di riposo, e non sono riuscito a ritagliarmi due ore di tempo.
C’ero anch’io fuori dal supermercato quando una madre e sua figlia mi hanno chiesto l’elemosina, ed io non ho saputo far altro che guardarle con aria di sufficienza.
C’ero anch’io quando quei due miei amici, dopo un’accesa discussione, si stavano per prendere a botte e io sono intervenuto troppo tardi…
Per questo, tra la folla che quel giorno gridava di lasciar libero Barabba e voleva che ti condannassero a morte, c’ero anch’io. Ho pensato tante volte a quell’avvenimento: ho provato a dimenticarmi di quel giorno; mi sono illuso di nascondermi dietro i capi dei sacerdoti, che ci avevano convinto che eri tu il “criminale”; ho, infine, provato a dar la colpa a Pilato, ma la tua condanna a morte è anche colpa mia. Mi sono sempre vergognato di dirlo, ma ora perché devo continuare a nascondermi?
La visione che abbiamo della condanna a morte ci porta subito a pensare ad una fucilazione, ad un siero iniettato nel sangue, alla sedia elettrica, alla croce… Altresì, condannare a morte una persona non vuol dire solo spezzare la vita nel grembo materno, lanciare le “bombe intelligenti” su “civili innocenti” o minacciare la popolazione coltivando progetti di bombe atomiche. Ma condannare a morte una persona vuol dire anche stare in silenzio quando si parla di queste cose. Vuol dire tacere di fronte a qualcuno che racconta una barzelletta sugli ebrei o brontola contro l’islam o contro i neri. Tacere quando c’è qualcuno che non capisce dove può portare l’odio contro forme di civilizzazione diverse dalla nostra. Il lavarsi le mani di Pilato non fa altro che amplificare il nostro terribile grido di lasciar libero Barabba.
Non possiamo allora che rivolgerci a te, Madre Addolorata, affinché interceda presso tuo figlio. Si è fatto uomo per essere condannato a morte dagli uomini, e ci ha insegnato ad non avere paura delle nostre debolezze e dei nostri sbagli, perché la sua Resurrezione ha vinto il nostro peccato. Tu che lo hai seguito nella via della croce e, al termine della sua vita terrena, lo hai accolto a braccia aperte come una madre aspetta il proprio figlio, fa in modo che riusciamo a comprendere che il modo che abbiamo per salvare la vita a tante persone, evitando a loro la condanna a morte passa attraverso l’accoglienza, l’ascolto e il rispetto reciproco. Questo ci ha insegnato, accettando la morte in croce, tuo figlio e questo è quello a cui vogliamo e dobbiamo arrivare per costruire finalmente un mondo di giustizia e di pace.

Paolo